Bullismo in corsia

Un recente articolo pubblicato sul British Medical Journal afferma che un terzo dei medici con disabilità o disturbi dello spettro autistico ha subito atti di bullismo da parte dei colleghi. La BMA (British Medical Association) ha intervistato 801 medici e studenti di medicina con disabilità o con una condizione neurodivergente, come autismo e ADHD, per avere conferma di come sia ancora lontana la comprensione della neurodivergenza come espressione non patologica della neurodiversità.
Negli ultimi anni c’è stato un aumento delle diagnosi di condizioni neurodivergenti, grazie a un aumento della consapevolezza e della comprensione e a criteri diagnostici più inclusivi. L’adattamento della società è invece rimasto indietro e questo spiega la tendenza delle persone autistiche a adattare la loro personalità e il modo in cui mostrano le emozioni.
Si stima che il 15-20 % della popolazione mondiale abbia una qualche forma di neurodivergenza, ma molti adulti sono ancora non diagnosticati, il che significa che la prevalenza effettiva sia più alta.
Nonostante l’aumento della consapevolezza, l’adattamento della società è in ritardo. Il termine “mascheramento” è stato introdotto dalla comunità neurodiversa e descrive la risposta di un individuo neurodivergente che sta cercando di inserirsi in una società neurotipica. Si tratta di adattamenti forzati per sentirsi inclusi e bene accetti. Indiscutibilmente questo ha un grande impatto sul loro senso di sé ed è causa di esaurimento, burn-out e cattiva salute mentale.
In uno dei tanti articoli pubblicati ultimamente sull’argomento, si porta ad esempio il caso-studio di Lucy, giovane dottoressa che aspira a specializzarsi in chirurgia. Già dalla sera prima è travolta dalle emozioni (ansia da prestazione) e la mattina, non solo è stanca ma durante la valutazione, che prevede la discussione di diversi casi clinici in sequenza, non è in grado di staccare il cervello, di resettarlo in modo che sia pronto all’analisi successiva. Lucy non riesce a confidarsi con i suoi genitori, entrambi medici, né con i suoi amici. Ha una storia di consumo di alcool già durante l’università, unico presidio in grado di spegnere il cervello e di darle tranquillità.
In questo ipotetico caso-studio, Lucy ha un ADHD non diagnosticato e questo spiegherebbe la difficoltà a concentrarsi per un intero colloquio, a rispondere a domande con più componenti per scarsa memoria di lavoro. Essere davanti a più relatori o procedere da un caso clinico ad un altro può portare a un sovraccarico sensoriale. Dopo un po’ di tempo, Lucy riesce a entrare in chirurgia. Nonostante sia il lavoro dei suoi sogni, è spesso in ritardo per le sedute operatorie giornaliere; inoltre, non riesce a ricordare i dettagli dei pazienti (tipo i risultati di analisi cliniche e strumentali) e questo, da un lato la qualifica come insufficiente, dall’altro aumenta l’insoddisfazione e l’ansia. La sua reazione è istintiva e la porta a cercare lavori alternativi, nonché a riprendere il consumo di alcolici. La storia di Lucy è a lieto fine come in tutte le favole e, come queste, ha un messaggio educativo rivolto alle professioni sanitarie
Alla luce dell’aumento delle diagnosi di neurodiversità e, soprattutto, del riconoscimento dei potenziali punti di forza delle persone nello spettro, c’è stata una recente spinta per la neuroinclusione sociale che si basa sul concetto che la mente neurodiversa in sé non è una disabilità, ma lo diventa quando la società non riesce a sostenere e adattarsi ai bisogni dell’individuo neurodiverso. La neuroinclusione implica un cambiamento nelle credenze e nelle percezioni della società e un cambiamento delle persone/organizzazioni per accogliere pensatori diversi.
Neuroinclusione sul posto di lavoro significa promuovere la consapevolezza e la comprensione da parte di tutto il personale, nonché fornire sistemazioni e supporto sul posto di lavoro. In questo ambiente, gli individui non sono disabili a causa della loro mente neurodiversa, ma sono invece incoraggiati e sostenuti a usare i loro punti di forza. Un ambiente di lavoro clinico neuroinclusivo deve tendere a migliorare l’esperienza vissuta di un individuo neurodiverso, a ridurre il suo carico psicosociale, ad avere un impatto positivo sul suo lavoro. Tutto questo porta all’obiettivo finale della professione in ambito sanitario che è la cura del paziente.
Gabriella La Rovere

