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Herbert George Wells una mente divergente nel futuro

Il 2026 è un anno di grandi ricorrenze nella letteratura. Si ricorda la nascita di Samuel Beckett (Quel tratto autistico in Samuel Beckett di cui poco si sa – Per Noi Autistici), la morte di Jorge Luis Borges (Quell’intuizione di Borges sul “Cervello ribelle” Ireneo Funes – Per Noi Autistici ; Come nell’opera di Borges trapeli la neuro divergenza – Per Noi Autistici) di Ludwig Wittgenstein (La neuro divergenza di Wittgenstein – Per Noi Autistici) e di Stanislaw Lem (La fantascienza dello sguardo neurodiverso di Stanislaw Lem – Per Noi Autistici).


Herbert George Wells viene ad essere doppiamente celebrato, per la nascita e la morte. Considerato un pioniere della fantascienza, nacque il 21 settembre 1866 a Bromley, città a sud di Londra, figlio di un negoziante di stoffe. Studiò alla Normal School of Science di Londra, fu allievo di Huxley, sostenitore della teoria evoluzionistica di Darwin. Fece diversi lavori prima di diventare uno scrittore a tempo pieno producendo più di 100 libri in 50 anni di carriera.

Le opere di Wells nel genere fantascientifico includono “La macchina del tempo”, “L’isola del dottor Moreau”, “L’uomo invisibile”, “La guerra dei mondi”. Romanzi più convenzionali sono “Kipps. Storia di un’anima semplice” e “La storia di Mr. Polly”. Scrisse anche dei saggi, tra i quali il più famoso è “The outline of history”. Ebbe una grande immaginazione profetica, esemplificata nella sua previsione dell’era dei motori, fino a una descrizione dettagliata delle ampie arterie, della congestione nei centri cittadini e della suburbanizzazione della campagna.

Morì il 13 agosto 1946, sei settimane prima il suo ottantesimo compleanno.

Scrittore neurodivergente, nel 1904 scrisse “Nel paese dei ciechi”, pubblicato prima su una rivista e sette anni dopo in volume. La storia racconta una società che sembra un’utopia per i suoi abitanti ciechi, ma che si rivela una distopia per Nuñez, l’estraneo vedente.

A seguito dell’eruzione di un vulcano e di una serie di frane, un piccolo paese rimane isolato dal resto del mondo. Ben presto uno strano morbo coinvolge tutti i nuovi nati rendendoli ciechi e, dopo alcuni anni, questa disabilità rappresenta la norma. Al principio si pensò che una tale disgrazia fosse conseguenza di qualche peccato e subito si ipotizzò che alcuni gruppi di immigrati, non accompagnati da un pastore di culto e che non avevano eretto chiese come ringraziamento a Dio, si fossero resi responsabili della maledizione.

Il senso della vista era scemato così gradualmente che quasi non ne avevano avvertito la perdita. Gli abitanti dimenticarono molte cose e i racconti del mondo, dal quale provenivano, acquisirono tutte le caratteristiche della fiaba. La mancanza di stimoli e di reciprocità avrebbe potuto portare ad una popolazione con scarso livello intellettivo, ma la nascita di un bambino particolarmente dotato rappresentò la mutazione in grado di guidare favorevolmente l’evoluzione.

La tranquillità di questa comunità viene interrotta dall’arrivo di un forestiero – Nuñez – che si trova davanti a un paese le cui case sono poste in linea, ai lati della strada, tutte con una porta, ma prive di finestre. Gli intonaci dei muri esterni sono di vari colori. Il brav’uomo autore di questa roba – egli pensò – doveva essere cieco come una talpa. Gli abitanti avevano le palpebre chiuse e incavate come se, sotto, i globi oculari fossero disseccati e spariti. Nuñez comprende di trovarsi nel paese dei ciechi di cui tanto si favoleggia e gli torna alla mente il proverbio “In terra di ciechi, il monocolo è re”, traslazione del più noto proverbio latino “Beati monoculi in terra caecorum”.

Questa gente è cieca da 14 generazioni e tagliata fuori dal mondo dei vedenti; i nomi delle cose correlate alla vista sono spariti. L’immaginazione si era in buona parte rattrappita insieme agli occhi, ed essi si erano creati nuove immaginazioni con le orecchie e i polpastrelli. Il tempo è diviso in caldo e freddo, equivalenti del giorno e della notte. Gli abitanti lavorano quando è freddo, cioè di notte, e dormono quando era caldo, ossia di giorno. I loro sensi sono molto sviluppati riuscendo a udire e giudicare il minimo gesto di un uomo a dieci passi di distanza […] L’intonazione della voce aveva da tempo sostituito l’espressione del volto […] Il senso dell’odorato era in loro di una straordinaria finezza.

Nuñez pensa subito a fare un proprio colpo di stato che lo avrebbe portato a comandare un gruppo di disabili per il solo fatto di essere l’unico vedente. Tuttavia, le sue aspettative vengono presto infrante. Gli abitanti della valle non capiscono cosa significhi “vedere”. Nella loro lingua e cultura, non esiste alcun concetto associato alla visione. Considerano Nuñez un essere primitivo e deforme, incapace di adattarsi al loro mondo perfettamente funzionale, progettato per i ciechi. La sua affermazione di poter “vedere” viene interpretata come follia. Nuñez cerca, prima con le parole e poi con i fatti, di dimostrare la superiorità del suo senso della vista. Cerca di descrivere il mondo visibile, i colori, le montagne, il cielo. Ma i suoi ascoltatori sono scandalizzati. Credono che stia parlando di cose pericolose e di eresia. La comunità lo considera disturbato, inferiore e persino pericoloso. Quando finalmente cerca di ribellarsi e di prendere con la forza il rispetto che crede di meritare, la comunità lo sottomette. Sconfitto, esausto e senza cibo, è costretto a tornare umiliato, supplicando perdono e negando di vedere.

Il punto di svolta nella narrazione è dato dall’incontro con una ragazza – Medina-sarote – con caratteristiche fisiognomiche che, da un lato l’avvicinano al mondo dei vedenti dal quale Nuñez proviene, e dall’altro la rendono diversa nel proprio mondo. Le sue palpebre chiuse non erano rosse e infossate al modo comune della valle […] e aveva lunghe ciglia che là erano considerate un grave difetto. La sua voce forte non era gradita. Nuñez se ne innamora e comincia a parlarle della vista che lei ascolta rapita. La loro relazione amorosa suscita diverse reazioni. In un paese di ciechi, Nuñez è diverso e una unione può portare ad un indebolimento della razza, alla nascita di bambini “disabili”. Viene ad essere consultato il filosofo-stregone che consiglia di togliergli gli occhi, causa dell’irritazione del cervello e, quindi, di tutti i suoi comportamenti “strani”.

Nei giorni precedenti l’intervento, Nunez non riesce a dormire. I dubbi lo assalgono. Sa che perdere la vista significa perdere il suo mondo, la sua identità e la sua libertà. Il giorno stabilito, mentre il sole sorge e bagna le montagne d’oro, Nuñez si alza e cammina verso il luogo dell’operazione. Ma, alzando lo sguardo, vede la bellezza scintillante dell’alba sopra i ghiacciai e le cime innevate. Il mondo visibile si impone con una forza emotiva travolgente.

Lascia perciò il villaggio e inizia a scalare le montagne. Ferito ed esausto, raggiunge un punto alto da cui può vedere la valle ridotta a un’ombra lontana. Cala la notte, e Nunez giace sulle rocce, guardando il cielo stellato, come qualcuno che ha riconquistato la libertà, ma al prezzo della separazione e della solitudine.

Gabriella La Rovere

gabriella la rovere

Redazione

La redazione di "Per Noi Autistici" è costituita da contributori volontari che a vario titolo hanno competenza e personale esperienza delle tematiche che qui desiderano approfondire.

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