Il poeta e suo figlio autistico
Umberto Piersanti, riferimento imprescindibile della poesia del secondo novecento e contemporanea, con Jacopo dà voce a un padre che attraversa la vita accanto a un figlio colpito da una forma grave di autismo, in un’opera che è insieme diario poetico, canzoniere d’amore e atto di resistenza. Jacopo, bambino prima e poi uomo “altro”, vive in un mondo che il poeta non può penetrare ma solo sfiorare con la parola. Le poesie raccontano un’esistenza fuori misura, fatta di gesti ripetuti, fughe improvvise, silenzi, eppure piena di epifanie: un sorriso nell’acqua, la costruzione di un presepe, una corsa nella selva. La natura – quella delle Cesane, dei monti e dei fiumi – diventa l’unico spazio possibile per una relazione autentica, libera dalle regole di una società che esclude. La lingua di Piersanti è limpida, meditativa, a tratti incantata, capace di restituire il peso e la grazia della paternità vissuta come dono e fatica. Contenente testi editi e inediti, Jacopo è un libro-antologia commovente che racconta l’amore oltre il dolore, la tenerezza che sopravvive alla distanza. (clicca qui per saperne di più).
Questa è la mia prefazione al libro.

Un figlio autistico è un’erma bifronte. Il padre vorrebbe poter cogliere il suo punto di vista, oltre il volto che gli sfugge lo sguardo. Non potrà mai vedere con tutti i suoi occhi, potrà solo immaginare, allucinare, supporre i margini labili di quel mondo a lui precluso. Condivido con il poeta Umberto Piersanti questo perenne struggimento che ci divora la vita. Io cerco, per quanto possibile, di farmi disegnare da mio figlio il mondo come lui lo vede. Lui ogni tanto mi regala pupazzi ballerini, che saltellano su sedie e tavolini. Poi per il resto è chiuso nel suo immoto silenzio. Esiste un’unica dimensione nella quale possiamo incontrarci con i nostri figli, per me è quella del sogno, in cui lui è ciarliero, allegro, estroverso e felice. Pura irrealtà, alterazione totale di ogni principio razionale, insensata illusione che possa essere ciò che mai sarà. Segue infatti l’accettazione, la dedizione “perinde ac cadaver”, l’angoscia per la naturale circostanza che lui ci sopravviverà.
Il poeta, rispetto all’uomo comune, ha invece un’occasione in più per ritrovarsi comunque protagonista dell’assenza di colui che è carne della propria carne. Il poeta può raccontare, con versi che strizzano il cuore, il mondo che scaturisce dal suo tormento, dall’inconsolabile e divorante assenza di certezza che il figlio possa condividere nella pienezza il suo sentire. Un figlio autistico è sì un figlio assente e se vogliamo vederlo come tale resterà pur sempre rinchiuso nel suo castello inaccessibile: “il più lontano e sperso, senza fate, / sono i ponti rialzati, il fosso colmo, /io ti giro d’intorno, pronto a sfruttare/ un valico qualunque che mi porti/nella stanza remota dove attendi.
I padri però hanno il compito, non assegnato da alcuna legge, di entrare in quel castello, sono obbligati ad espugnarlo, fino a rendersi conto di essere stati loro stessi a costruirlo. Il poeta può abbattere quel castello e danzare assieme al figlio, leggero come un giovane fauno. Cogliere l’universo attraverso i suoi sensi fuori della norma, fino ad assorbire tutti i profumi della sera, del sapore della terra che gli ricorda la fanciullezza, del frinire delle cicale, del gracidare delle raganelle. Si sarà pur domandato Piersanti se quello strale che lo trafigge, come trafigge tutti noi padri di figli con cervelli ribelli, non sia il necessario tributo che a lui è chiesto di pagare? In cambio ha potenziato il suo dono d’esser veggente, di poter raccontare quegli sprazzi d’assoluto, che raramente trapelano dalle fessure della spessa e grigia muraglia che circonda le nostre vite indifferenti.Non conosco i particolari della vicenda personale di Jacopo, non ho voluto sapere le misure sul suo autismo, il suo rapporto con la famiglia, con il resto del mondo. Non mi piace inquinare una materia così crudelmente resa soave dal tormento con ciò che si scrive nelle diagnosi, con quello che ci dicono i medici psichiatri, con i farmaci, le crisi, le rabbie. I pugni e le carezze che fanno parte del prendersi in carico un figlio autistico.
Mi piace pensare a un ragazzo gigante che corre tra prati fioriti, attraversa la macchia per rimpinzarsi di more, s’inerpica sui greppi, insegue la sua ombra che si allunga nel crepuscolo oltre le montagne. Vedo un padre non più giovane, che raccoglie ogni barlume di energia per inseguirlo, per stargli accanto, perché non si perda, perché non si debba sentire mai solo.
Forse vedo me stesso, che prego perché lui non debba mai vedermi morire.
Chi regala al mondo poesia è uno sberleffo alla morte, forse ogni tanto mi accontenterò di pensare a Jacopo, che a ogni passo lascia una scia di versi. Sarà per me più dolce convivere con il mio vampiro, che mi succhia il sangue ma mi rende immortale.

