Philippe Pinel l’uomo che rivoluzionò la psichiatria
Il folle è un essere che, nonostante i suoi problemi, continua ad appartenere al consorzio degli uomini.
Nato nel sud della Francia il 20 aprile 1745, Philippe Pinel studiò scienze e filosofia in un collegio religioso. Da principio aveva considerato l’eventualità di intraprendere la carriera ecclesiastica, ma poi pensò meglio di seguire le orme del padre e del nonno, entrambi medici. Si laureò nel 1770 e si trasferì a Parigi. La Rivoluzione francese, iniziata nel 1789, causò la morte di molti suoi colleghi. Presto gli amici politicamente coinvolti gli chiesero di assumere la direzione di Bicêtre, un carcere-manicomio per uomini malati di mente. All’epoca le condizioni all’interno dei manicomi erano atroci e questi erano più un luogo di custodia che di cura.

Il personale sanitario era formato dall’internista, per risolvere le patologie infettive acute, e dal chirurgo. Bisognerà attendere tanto tempo prima dell’ingresso dello psichiatra. Questa situazione era destinata a cambiare perché in tutta Europa si stava sviluppando un movimento generale verso la riforma psichiatrica. In esso spiccavano Daquin nel sudest della Francia, Chiarugi in Italia e Tuke in Inghilterra, Tutti questi uomini erano sconvolti dall’incapacità dei loro predecessori di riconoscere il valore della gentilezza e della empatia nel trattamento del matto. Questo nuovo approccio, che rapidamente si diffuse per tutta l’Europa e l’America, era conosciuto come trattamento morale.
L’esperienza quotidiana attesta il valore del linguaggio consolatorio, il trattamento gentile e la rinascita della speranza spenta.
Sebbene fosse piuttosto distaccato e riservato – il nipote Casimir Pinel lo descrive come timido, impacciato, con modi bruschi, voce debole e un non ben specificato impedimento nel parlare – egli sentiva una profonda pietà per i miserabili ospiti del manicomio e alla fine fu portato a fare della loro malattia lo studio che lo impegnò tutta la vita. Lui stesso era convinto che la follia fosse una malattia come qualsiasi altra e perciò curabile nella maggioranza dei casi. Credeva anche che l’approccio psicologico fosse più efficace di quello fisiologico, confermato dalle sue precedenti esperienze.
Non ci si deve stupire dell’estrema importanza che io attribuisco al mantenimento della quiete e dell’ordine in un ospedale per alienati, e dell’attenzione che riservo alle qualità fisiche e morali che una simile sorveglianza richiede, poiché proprio in questo risiede uno dei fondamenti del trattamento della mania. Senza tutto ciò, infatti, non è possibile né osservazioni esatte né una guarigione permanente, quale che sia, per altri versi, il ricorso ai medicamenti più noti e diffusi.
Presto incappò in un problema che ancora affligge la psichiatria: quale metodo di studio delle infinite variazioni di pensiero, emozione e comportamento rivelerà gli elementi basilari sotto le manifestazioni palesi e soggettive della malattia? La soluzione per Pinel fu, ovviamente, l’analisi, metodo non condiviso dalla maggioranza dei suoi contemporanei per la difficoltà di applicarla al materiale psichiatrico. Egli invece era convinto che, osservando molti pazienti e tenendo resoconti dettagliati, avrebbe scoperto i fattori componenti e fondamentali della follia. Conseguentemente egli studiò e registrò tali segni di malattia quali linguaggio confuso, azioni insolite, espressione di emozioni bizzarre, e vari cambiamenti somatici.
Dopo aver seguito molti casi dalla comparsa della malattia fino al ricovero, Pinel concluse che c’erano quattro tipi generali di follia: melanconia, mania, demenza e idiozia. Egli riconobbe anche che queste categorie diagnostiche non erano esclusive, dal momento che aveva visto pazienti spostarsi da una all’altra nel corso della loro malattia. La melanconia era classicamente caratterizzata come depressione, ma per Pinel significava, essenzialmente, un disturbo delle facoltà intellettive, specialmente quelle di percezione e immaginazione, così che i pensieri dell’individuo diventavano fissi su una singola idea, di solito di carattere delirante. L’umore del malinconico poteva essere estremamente euforico o depresso e le sue azioni erano raramente violente.

La mania, classicamente denominata furia, era una malattia molto più complessa, la cui caratteristica eccezionale era un “forte eccitamento nervoso”. Questa eccitazione di solito prendeva la forma di violenza irrazionale, e le facoltà intellettuali e le emozioni (o passioni) erano disturbate. Pinel suddivideva la mania in “mania con delirio”, che poteva essere sia periodica che continua, e “mania senza delirio” nella quale il paziente era estremamente violento ma ancora razionale, cioè, era consapevole di chi fosse e cosa stesse facendo.
Certi pazienti erano definiti da Pinel dementi o idioti ed erano considerati inguaribili. Nel demente la facoltà di associazione era così compromessa che non c’era connessione tra idee successive, né tra idee e percezioni sensoriali; sebbene sempre in movimento, il paziente era incapace di attività diretta. L’idiota, d’altro canto, era sprofondato in uno stato continuo di apatia causato da obliterazione parziale o totale delle emozioni e delle facoltà intellettive.
Al mio ingresso in servizio in quell’ospedale (Bicêtre), tutto mi si presentava come caos e confusione. Alcuni dei miei sfortunati pazienti erano afflitti dagli orrori di una malinconia cupa e sconfortante. Altri erano furiosi e soggetti all’influenza di un delirio perpetuo. Alcuni sembravano possedere un corretto giudizio sulla maggior parte degli argomenti, ma erano talvolta agitati da violente sortite di furia maniacale; mentre quelli di un’altra classe erano sprofondati in uno stato di stupido idiotismo e imbecillità. Sintomi così diversi e tutti compresi sotto il nome generale di follia hanno richiesto, da parte mia, molto studio e discernimento. Ho perciò deciso di adottare quel metodo di indagine che ha sempre avuto successo in tutti i settori della storia naturale, vale a dire, annotare successivamente ogni fatto, senza altro scopo che quello di raccogliere materiale per un uso futuro; e cercare, per quanto possibile, di liberarmi dall’influenza sia dei miei pregiudizi sia dell’autorità degli altri.
Al Bicêtre incontrò Jean-Baptiste Pussin che era il direttore dell’istituto. All’inizio Pussin era stato un paziente ricoverato e, dopo la cura, rimase come impiegato. Pussin aveva una particolare abilità a relazionarsi con i malati mentali diventando così assistente di Pinel e primo infermiere psichiatrico. Sembra che sia stato Pussin più che Pinel a proporre di slegare i pazienti; egli, tuttavia, abbracciò questa nuova ideologia diventando noto come “il liberatore dei pazzi”. Molti tra i suoi collaboratori si opposero a queste misure, ma Pinel fu irremovibile e arrivò persino a licenziare coloro che non sostenevano questo approccio.
Per Pinel la vita emotiva del paziente era spesso disturbata prima che si scatenasse la malattia. Cominciò lo studio eziologico: ruolo importante era dato dall’ereditarietà, alla quale seguivano lo stile di vita, le diverse passioni (tra queste l’alcolismo). Individuò alcuni elementi che potevano predisporre alla cosiddetta alienazione: il passaggio da una vita attiva ad una inattiva, le tensioni tra le pulsioni istintuali e le imposizioni religiose.
Oltre all’attenta osservazione dei malati, Pinel delineò il suo metodo di trattamento che si focalizzava principalmente sulla terapia occupazionale. Egli sentiva che il lavoro fatto durante il giorno avrebbe preparato i pazienti al riposo e al sonno durante la notte. Così concluse che per coloro la cui condizione consentiva di partecipare ad attività lavorative, la possibilità di guarigione era alta.
I maniaci convalescenti quando, tra i languori di una vita inattiva, è offerto uno stimolo alla loro naturale propensione al movimento e all’esercizio, sono attivi, diligenti e metodici. Le occupazioni faticose o divertenti arrestano i vagabondaggi deliranti, impediscono la persistenza di sangue alla testa rendendo la circolazione più uniforme, e inducono un riposo tranquillo e ristoratore…Era piacevole osservare il silenzio e la tranquillità che prevalevano nel manicomio di Bicêtre quando quasi tutti i pazienti erano riforniti dai commercianti di Parigi di occupazioni che fissavano la loro attenzione.
Il suo allievo più famoso fu Jean-Etienne-Dominique Esquirol che, a sua volta, trasferì la grande eredità intellettuale e morale ad un’intera generazione di psichiatri francesi quali Georget, Ferrus, Falret, Voisin e Trélat.
Pinel morì il 25 ottobre 1826

Gabriella La Rovere