Patriarchi e paparini
Il concetto di «paternità», secondo Augustine Sedgewick, è qualcosa che si è evoluto nel tempo e come tale è possibile seguirne passo dopo passo la traiettoria: dalla rigida scansione dei ruoli di genere nelle civiltà dell’Età del bronzo ad Aristotele, che ha contribuito a definire la paternità come principio che giustifica e stabilizza le gerarchie; dal pater familias dell’antica Roma, con il suo potere assoluto sulla vita (e sulla morte) dei membri della casa, al «padre padrone», cardine della famiglia patriarcale moderna. Attraverso i ritratti di padri celebri, quali Enrico viii, Charles Darwin, Sigmund Freud e Bob Dylan, in queste pagine Sedgewick esplora i vari modi in cui si è declinata questa figura: strumento per legittimare un potere politico, funzione biologica carica di responsabilità, simbolo da detronizzare. Che cos’è, dunque, la paternità oggi? (per saperne di più)
Questa la mia recensione scritta per Tuttolibri de LA STAMPA

Avrei ambito alla dissolutezza ma poi mi sono improvvisato padre, anzi spacciandomi per padre encomiabile forse arricchirò un’irrisoria storia personale. La mia nemesi però è arrivata fatale quando ho letto che la paternità non è un dato “naturale”, ma una costruzione storica che cambia con il mutare del pensiero dominante su sessualità, riproduzione, famiglia, proprietà, Stato e Dio. È la tesi di “Paternità. Una storia d’amore e di potere”, dove Augustine Sedgewick ripercorre, dagli antichi patriarchi al contemporaneo spaesamento della percezione paterna, il mutare del concetto di essere padre.
Sembrerebbe che l’attributo di indiscutibile del potere maschile si sia sempre basato sul nostro saper gestire lo scarto tra paternità biologica e sociale/simbolica. Trovo meravigliosamente paradossale che questa callida arguzia maschile abbia rappresentato una legge assoluta fino al test del DNA; abbiamo giocato sull’essere padri il nostro ruolo di maschi dominanti dalla notte dei tempi, ma ci siamo fatti delle domande solo quando la paternità si è conquistata un’assoluta certezza biologica. Fa nulla se i nostri pro, pro, progenitori covassero o meno il lacerante dubbio sulla regolarità della loro linea di sangue: noi maschi abbiamo per fantamillenni giocato la supremazia sul bluff dell’essere padri. È un evidente raggiro, perché nella retrospettiva storica della paternità tutto si legge meno che l’affetto empatico per i figli. Questa tenerezza amorosa sembra emergere solo negli aggiornamenti più recenti del nostro sistema operativo maschile, la fase che chiamo del “paparinismo”. Gli attuali paparini, più bimbocci dei loro bimbi, rispetto al padre Abramo pronto a scannare il figlio se Dio glielo chiede, sono un pallido rimasuglio del potere assoluto di vita e di morte che un figlio regalava al padre-patriarca.
Fare un passo indietro nel tempo annullerebbe il beneficio del gadget del figlio, un jolly da giocarsi in ogni gara di potere. Nella preistoria remota, quando eravamo da poco scesi dagli alberi, i padri fecondatori sciamavano contendendosi le femmine, facilitati dal possesso del baculum, l’osso penico che ancora conservano alcuni primati. I maschi poligami e predatori sessuali avrebbero poi stretto con le femmine un patto di monogamia. In cambio della difesa della prole e del procacciamento di cibo al nucleo familiare, la donna li gratificava sessualmente anche fuori dall’estro. Il maschio del genere umano, per iniziare a costruirsi un rango paterno esclusivo, fu costretto quindi a deporre l’arma che gli aveva dato la natura e perse il baculum, divenuto orpello inutile. Questo passaggio evolutivo, secondo una simpatica teoria antropologica, potrebbe essere accaduto proprio nell’ “Homo Erectus”, poco meno di due milioni di anni fa.
Una semplice strategia riproduttiva era però ancora ben lontana dallo scoprire il vantaggio dell’attribuirsi il ruolo di padre: fino a un’epoca tra i cinquantamila ai diecimila anni fa la gestione dei figli era esclusivo dominio delle madri. L’introduzione del libro ricorda che la nascita della paternità, come ruolo attivo e percezione sociale, corrisponde alla nascita della scrittura, circa cinquemila anni fa. Da allora la storia l’hanno scritta soprattutto gli uomini, che sul loro essere padri hanno cominciato a sancire i propri privilegi.
L’autore usa casi biografici celebri (filosofi, re, presidenti, scrittori, pop star come “laboratori” in cui i conflitti attorno alla paternità diventano visibili: genealogia, eredità, nome, sangue, ma anche affetto, assenza, violenza. Il filo rosso è il rapporto tra paternità e potere: chi ha diritto di dire “questo è mio figlio”, è chi decide il destino dei bambini, chi controlla il corpo delle donne e il loro ruolo riproduttivo. Com’è ovvio, un libro sulla paternità germoglia dalla consapevolezza di essere padre. Non si nasce padri con l’istinto di paternità: padri si diventa se si accetta di esserlo, altrimenti restiamo imprigionati nel nostro ancestro di portatori di baculum.
L’autore conclude intrecciando la malattia di suo padre e la nascita di un figlio, sentendosi cambiato e incapace di riconoscersi nei padri del passato. Diventa “padre che cura”, solo col bambino nel marsupio mentre scorrono le notizie del MeToo, lambito dal dilemma di gestire l’essere padre e ridefinire culturalmente anche il proprio essere maschio. Quando il figlio gli chiede cosa sia la paternità, scopre che per il bambino un padre deve essere soprattutto divertente e bravo ad abbracciare, capisce di dover imparare a vedersi così. Fatalmente ecco che dove muore un patriarca, rinasce un paparino.