Immaginate vostro figlio autistico immobilizzato a terra per una crisi oppositiva.

Vorrei suggerire un punto di vista sul caso della morte di Abderrahim Fakir, spero possa contribuire a evitare che episodi del genere possano ripetersi. Il dibattito pubblico su quanto è accaduto a Bologna è ferocemente contrapposto in due posizioni opposte, in un’ottusità manichea che vuole criminalizzare, alternativamente, le forze di Polizia o la vittima.
Proviamo a mettere da parte l’analisi dell’accaduto, riservandoci di aspettare di conoscere con esattezza le reali dinamiche. I nudi fatti, per ora, sono questi: il 19 luglio, nel quartiere Pilastro di Bologna, alcuni residenti chiamano la polizia segnalando un uomo agitato che avrebbe danneggiato un’auto; gli agenti, arrivati verso mezzogiorno, usano uno spray al peperoncino e poi immobilizzano Fakir a terra, in posizione prona, con le ginocchia sui polsi, mentre un passante gli blocca le caviglie.
Nel video girato da un residente si sentono cinque minuti di urla: «aiuto, basta!»-poi il silenzio. L’ambulanza del 118 viene chiamata alle 12:17, arriva alle 12:30, ma un medico constata il decesso solo alle 12:53: sono quei trentasei minuti, insieme alle immagini delle bodycam ora sequestrate dalla Procura, che gli inquirenti dovranno ricostruire . Sei persone, quattro sanitari e due agenti, sono già iscritte in un registro tecnico per omicidio colposo, ed è stata applicata per la prima volta la nuova norma sullo “scudo” per le forze dell’ordine. Nella loro stessa versione dei fatti, gli agenti, chiedendo l’intervento del 118, avrebbero segnalato un uomo «in preda a una crisi psichiatrica» .
Una crisi psichiatrica non è un reato
Qualunque siano stati i precedenti penali di Fakir, è innegabile il fatto che fosse in preda a una crisi di tipo psichiatrico. Era in un momento di estrema fragilità, che induce un qualsiasi essere umano a scompensarsi e a mettere in atto comportamenti per lui incontrollabili, qualunque sia il suo funzionamento in uno stato di tranquillità, qualunque sia la sua capacità a gestire le relazioni, rispettare o meno le regole. Soprattutto qualunque sia la sua provenienza geografica.
Questo è più evidente quando accade a persone che vivono situazioni di disagio, hanno limitati diritti rispetto al resto della popolazione, hanno difficoltà nel poter contare su “benefit” che noi diamo per scontati come una casa, una famiglia, una catena solidale di persone che ci accudiscano, un supporto clinico competente che possa monitorare e aiutare a prevenire e gestire i picchi dell’alterazione psichica.
Non è, purtroppo, un caso isolato. Secondo una mappatura indipendente che incrocia dati giudiziari e testimonianze delle famiglie, negli ultimi venticinque anni in Italia almeno 77 persone sono morte durante fermi o inseguimenti di polizia e carabinieri, e in quasi il 30% dei casi si trattava di persone in preda a deliri paranoici, attacchi di panico o crisi isteriche; almeno 22 di queste morti, dall’inizio del millennio, hanno riguardato specificamente persone con disagio psichico. (fonte Osservatorio Repressione)
Prima di Fakir c’erano già stati: Federico Aldrovandi, morto a Ferrara nel 2005 durante un controllo di polizia e Giuseppe Uva, morto a Varese nel 2008 dopo un fermo sfociato in un trattamento sanitario obbligatorio: tutti gli agenti coinvolti furono assolti in sede penale, ma nel 2021 la Corte europea dei diritti umani ha accettato il ricorso della famiglia, e il caso è ancora aperto. C’è poi Riccardo Magherini, morto a Firenze nel marzo 2014 dopo essere stato tenuto a terra in posizione prona dai carabinieri per 15-25 minuti durante una crisi di panico aggravata dalla cocaina: la perizia disposta dalla Procura parlò esplicitamente di un “meccanismo asfittico” concausa del decesso. Lo scorso gennaio, dodici anni dopo i fatti e nonostante l’assoluzione definitiva dei militari in sede penale, la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per quella morte, stabilendo che lo Stato non aveva fornito né linee guida chiare né una formazione adeguata sui rischi dell’immobilizzazione prona.
Quanti hanno pensato che sarebbe potuto accadere al proprio figlio autistico?
Parlo per esperienza personale e non nascondo che il senso di orrore di fronte alle immagini che tutti abbiamo visto sono per me una spada che trapassa il cuore, come lo saranno state per tanti che come me hanno in gestione un figlio adulto a cui possono esplodere all’improvviso crisi oppositive violente. Tra gli incubi costanti che accomunano tanti genitori caregiver è prevalente proprio quello che possa esplodergli una crisi oppositiva in un luogo pubblico senza avere vicino qualcuno in grado di gestirla.
Il mio ragazzo è tranquillissimo, dolcissimo, simpatico ed è super seguito nelle sue attività da operatori eccezionali, però è un gigante di quasi due metri e con una forza eccezionale. Capita molto di rado ma quando la chimica del suo cervello ribelle si impone su di lui può esplodere, ho portato addosso i lividi dei suoi pugni in faccia, dei suoi calci che nemmeno Chuck Norris.
So bene che in quei casi contenerlo sarebbe la cosa peggiore, il respiro si accelera diventa quasi cianotico, e nella sua furia si individua la sua massima fragilità, potrebbe avere una crisi epilettica, un arresto cardiaco o comunque se solo cerco di trattenere le mani capisco che mi prenderei ancora più botte. Non è un’impressione soggettiva o la paura irrazionale di un padre: è esattamente quello che documenta la letteratura medico-legale internazionale sulla cosiddetta excited delirium syndrome, lo stato di agitazione psicomotoria estrema che può insorgere per cause psichiatriche, tossicologiche o metaboliche. Una revisione sistematica che ha analizzato 168 casi pubblicati in letteratura ha rilevato che il 62% erano fatali, e che la contenzione aggressiva, l’immobilizzazione manuale, le manette, i legacci alle caviglie, era associata a un rischio di morte fino a 50 volte superiore, al punto che gli autori concludono che “non ci sono prove che l’ExDS sia causa di morte in assenza di contenzione” (PubMed, Strömmer et al. 2020).
Ricerche più recenti spiegano il meccanismo fisiologico: nella posizione prona il torace e il diaframma non possono espandersi a sufficienza, mentre lo sforzo di divincolarsi produce un’enorme richiesta metabolica; il corpo non riesce più a smaltire l’anidride carbonica e il cuore va in arresto per acidosi, anche senza un vero e proprio soffocamento in senso classico (Journal of Forensic Sciences, 2022).
Un’inchiesta giornalistica dell’Associated Press su oltre mille decessi statunitensi legati a forme di forza non concepite per uccidere ha individuato la contenzione prona come la tecnica più diffusa, presente in almeno 740 casi, spesso mantenuta anche dopo l’ammanettamento, in alcuni casi per più a lungo dei nove minuti diventati tristemente noti con George Floyd .
Accade che un autistico possa essere trattato come un individuo pericoloso
Io oramai conosco i campanelli di allarme di una crisi del genere e so come metterlo in sicurezza fino a che passi la crisi. Mi terrorizza che ciò possa accadere in assenza di personale di medicina d’urgenza che conosca il giusto protocollo per sedarlo con il farmaco specifico e guidare come gestire l’eventuale necessaria contenzione da parte delle forze dell’ordine. Vedo mio figlio sbattuto a terra che urla in mano a persone convinte di fare il loro dovere ma non sempre a conoscenza di quale sia l’esatta maniera di comportarsi con chi sia in questo particolare stato di alterazione.
Non sono il solo a vivere questo incubo. In un’indagine internazionale su persone autistiche condotta in Nord America, Scandinavia, Europa e Oceania, quasi la metà ha dichiarato di aver avuto almeno un contatto con la polizia, il più delle volte per motivi non penali, per dei comportamenti legati proprio all’autismo, fughe improvvise, controlli di sicurezza e non per reati commessi.
Uno studio statunitense su famiglie di adolescenti e adulti con autismo ha rilevato che il 16% aveva avuto un coinvolgimento della polizia in poco più di un anno, quasi sempre per comportamenti aggressivi legati a una crisi, e che il rischio cresceva insieme allo stress e alle difficoltà economiche dei genitori-caregiver, esattamente la fatica silenziosa di cui parlo qui (PubMed, Rava et al. 2017).
Manca in Italia un protocollo nazionale per agire in questi casi
Lungi da me ogni spunto polemico su quello che è avvenuto a Bologna, mi augurerei però che possa essere considerato un caso limite che induca a pensare un piano nazionale di formazione delle Forze dell’Ordine su come comportarsi in casi simili con la collaborazione degli operatori paramedici. Un modello esiste già, e non è teorico: dal 1988 negli Stati Uniti migliaia di agenti hanno seguito il Crisis Intervention Team, il cosiddetto “modello di Memphis”, quaranta ore di formazione congiunta tra polizia, psichiatri, familiari e persone che hanno vissuto la crisi in prima persona. A Memphis l’introduzione del programma è stata associata a una riduzione dell’80% degli infortuni degli agenti durante le chiamate per crisi psichiatriche e la ricerca più recente conferma che gli agenti formati con questo modello hanno maggiore probabilità di usare il livello di forza più basso possibile e minore probabilità di far degenerare l’intervento (Taylor & Francis, 2023).
Va detto con onestà che le rassegne scientifiche più rigorose avvertono che le prove sull’effettiva riduzione di morti e lesioni ai cittadini restano più deboli di quelle, solidissime, sul miglioramento di conoscenze e competenze degli agenti (Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law, 2019): non è una bacchetta magica, ma è comunque la strada più studiata e più praticata al mondo, e non provarla sarebbe una scelta, non una fatalità. In Italia qualcosa si muove, ma a macchia di leopardo: la Polizia di Stato ha varato nel 2023 linee guida di psicologia dell’emergenza, pensate però soprattutto per il supporto psicologico agli operatori dopo un evento critico e solo in singole Questure, come a Trento dal 2025, sono partiti progetti di formazione congiunta con i servizi di salute mentale.
Manca ancora un protocollo nazionale unico, paragonabile al modello Memphis, che metta insieme forze dell’ordine e sanità d’urgenza prima che accada la tragedia, e non solo dopo. Sarebbe bello che la politica, almeno su questo caso, abbassasse il livello dello scontro da stadio; si consideri che potrebbe accadere a tanti figli di “Italiani” di trovarsi nella stessa condizione, contribuire a rendere più civile il dibattito sarebbe un vero servizio anche ai propri elettori.
Non è un esercizio accademico: nel giro di ventiquattro ore dalla morte di Fakir il caso è già diventato terreno di scontro politico, tra chi difende senza riserve l’operato degli agenti e chi parla di omicidio a sangue freddo, mentre in piazza a Bologna sono volati lacrimogeni e idranti. Ecco perché continuo a pensare che la domanda giusta non sia “chi ha ragione”, ma “cosa possiamo fare, da oggi, perché non succeda più”, a mio figlio, al figlio di chiunque altro, italiano o no.
