La tenerezza e il fantasma autistico nel caso Ranucci Lavitola

Questo non è un commento alla vicenda intricatissima che lega il giornalista d’inchiesta Sigfrido Ranucci e il ristoratore Valter Lavitola. Questa è solo una riflessione su un figlio autistico che si è trovato, suo malgrado, coinvolto in questa storia. Nel giustificare la sua frequentazione con Lavitola, Ranucci dice di aver provato “un certa tenerezza per questo padre di un figlio con autismo. Lo misi in contatto con la mia figlia psicologa per un possibile aiuto.” Frase che pare abbia irritato Lavitola che, in una delle sua tante interviste rilasciate in questi giorni, dichiara che Ranucci avrebbe dovuto fare a meno di parlare del figlio che è motivo di enorme gratitudine nei suoi confronti. In un pezzo di Giulia Sorrentino su “Il Giornale” ha dichiarato “e poi mi addolora il fatto che abbia usato il fatto della malattia di mio figlio per raccontare l’inizio della nostra amicizia,”
Ora questa brutta storia che mette insieme giornalismo, politica, malavita, complotti, invidie gelosie, ambiguità, strategie è stata in questi giorni foriera di un’infinità di “resurrezioni” di persone che non vedevano l’ora di poter dire “io c’ero”, dal momento che il punctum di tutta la rappresentazione tragico farsesca è un noto ristorante di pesce, dove passava in ammollo dei sauté di cozze e vongole una bella porzione della Roma che conta, dalle prime linee al sottobosco dei vassalli, comparse, affamati di fama. Era una di quelle location capitoline dove si va per riemergere dal buio, o per dimostrare di essere illuminati da piena luce. Anche però per mettere in giro notizie o illudersi di trovarne.
In questa esplosione estiva di retroscena e caccia al comprimario, nessuno però ha ancora dedicato un pensiero, seppur minimo, al “figlio autistico”, che almeno all’apparenza è la cerniera fondamentale su cui si è articolato il rapporto di amicizia, per molti inspiegabile, tra Ranucci e Lavitola. Un figlio autistico che trascina un giornalista integerrimo e agguerrito in un afflato di tenerezza per il padre, con un passato da prendere con le pinze. Può starci, Ranucci ha una figlia psicologa che ha messo in contatto con Lavitola, immagino per consigliarlo.
Fin qui, nulla di anomalo: è plausibile che un padre in difficoltà cerchi aiuto, ed è altrettanto plausibile che chi ha competenze o contatti, in questo caso una figlia psicologa, si renda disponibile. Ma è proprio qui che nasce una prima domanda, più generale: è ancora possibile che l’autismo, pur essendo oggi un tema ampiamente discusso e studiato, venga vissuto come una questione da confinare nella sfera privata, quasi segreta, tanto da essere affidato a una mediazione personale e informale?
Possibile che in un ambiente sicuramente privilegiato come quello frequentato da Lavitola, almeno dal punto di vista della possibilità di affinare strumenti culturali e di conoscenza sullo uno specifico tema dell’autismo, si sia preferita la via amichettista invece di cercare e individuare le eccellenze nel proprio territorio che avessero competenza per trattarlo, capire quale sia l’iter migliore per il massimo bene del figlio, a cominciare da una diagnosi e un percorso abilitativo adeguato. Tutto questo nella condizione di non doversi nemmeno preoccupare degli aspetti finanziari, che spesso sono quelli che bloccano la maggior parte delle famiglie, costrette ad aspettare tempi biblici, o accontentarsi del poco che passa il convento del servizio pubblico, per il miglior trattamento abilitativo del proprio figliolo.
Chiaro che azzardo ipotesi, ma davvero mi sconcerta questa entrata immotivata dell’autismo in un groviglio intricatissimo; da una parte diventa il pretesto “etico” per giustificare una frequentazione, che sembra essere stata assidua e motivata in ben più variegate direzioni. D’altra parte non posso fare a meno di notare che, qualunque sia stato l’intervento di sostegno, non è riuscito a dissuadere il padre del fatto che il figlio avesse “una malattia”, convinzione che è alla base di ogni difficoltà di accettazione da parte di un familiare di autistico e che lo spinge alla ricerca di una “cura”.
E’ comprensibile che nessuno si chieda del figlio autistico, tra i tanti pezzi da mettere insieme nel del puzzle complicatissimo della ricostruzione di questa vicenda, sicuramente è quello meno interessante per chiunque. Non rivela alcun retroscena, non apre una pista, non coinvolge un livello occulto nei rapporti di potere che si fronteggiano nella storia.
A me invece si conferma solo l’idea che un autistico è, ora più che mai, un fantasma indicibile, un’espressione teorica, un pretesto per dichiararsi dalla parte luminosa della forza e, allo stesso tempo, un vulnus nella linea di sangue familiare che è meglio non si sappia troppo in giro.
Infine chissà quando il giornalismo d’inchiesta si occuperà del business dell’autismo, dei soldi pubblici agli amici, delle strutture che sono lager, delle leggi sulla mototerapia e baggianate simili, di chi illude le famiglie con cure inesistenti, dei “cartonati” autistici da abbracciare in selfie struggenti perché tutti ci dicano quanto siamo umani.
Tanto per non dimenticare #tenerezzastocazzo.
Dieci anni fa ancora si poteva combattere l’idea degli autistici che fanno tenerezza. Oggi è tutta una tenerezza e non vale più nemmeno la pena parlarne.



