Oziofobia: quando l’incubo peggiore è doversi riposare

IN QUESTO PERIODO NON SI ASCOLTA ALTRO CHE ANNUNCI DI VACANZE DA FARE, RESOCONTI DI VACANZE FATTE, GENTE CHE PREGUSTA DI POTERSI RILASSARE E GENTE CHE TI CHIEDE QUANDO TI RIPOSERAI…
C’è chi celebra l’arte di riposarsi come una conquista civile, quasi una forma superiore di saggezza. Io sono invece convinto che la qualità della vita non coincida affatto con la capacità di rallentare, ma con la forza di sottrarsi alla tentazione del sospendere.
Appartengo a quella specie umana affetta dalla “sindrome dello squalo”: non per predatoria aggressività, ma per necessità biologica e mentale di avanzare. Per noi il movimento non è un gesto accessorio, bensì una condizione di sopravvivenza. Stare fermi non è riposo: è minaccia, è asfissia, è la sensazione che il pensiero si spenga e il corpo perda la propria ragione di essere. Come il pescecane condannato al moto perpetuo, noi non troviamo pace nella quiete, ma nella continuità del gesto, nel passaggio da un’urgenza all’altra, nel bisogno di restare in circolo dentro il tempo.
È difficile esternare questa profonda e insopprimibile insofferenza al “tempo del riposo”, noi malati di “oziofobia” chiediamo di essere considerati una categoria protetta, vorremmo non essere additati come nevrotici ma avremmo bisogno di ascolto e inclusione, proprio perché siamo quasi sempre costretti a mascherare il nostro essere posseduti dal demone dell’iperattivismo.
Per sopravvivere socialmente dobbiamo simulare, nascondere, fingere. Quando tutti già hanno pronti i fantastici reportage dei giorni in cui hanno “staccato”, o si sono “ritemprati”, a noi cominciano le crisi di panico in attesa che qualcuno, a cui non possiamo dire di no, ci rivolga la più terribile richiesta immaginabile: “quando ci organizziamo per le vacanze?”. È terribile, cominciamo a sperare in impegni improvvisi e inderogabili che ci permettano di rimandare, procrastinare, evitare di dover prendere una tale decisione senza procurarci irreversibili fratture relazionali.
Progettare un periodo in cui dobbiamo necessariamente “non aver altro da fare che riposarsi” è per noi la forma più crudele di autolesionismo, rappresenta la gradazione più dolorosa della tortura settimanale che già dobbiamo affrontare ogni venerdì, o prefestivo, quando si prospetta il dover affrontare ben due giorni, in cui tutti immaginano come somma felicità organizzare il proprio “riposo”.
Per non destare sospetti, l’oziofobico finge di desiderare il “dolce far niente”. Ne parla con entusiasmo, poi quando arriva il momento si offre volontario per qualsiasi incombenza: guidare, cucinare, portare il cane, aggiustare il router. Per noi ogni forma possibile di riposo corrisponde all’evocare “l’eterno riposo”, compiamo quindi vergognosi riti apotropaici invertiti per invocare un’improvvisa catastrofe domestica, per la quale dobbiamo improvvisarci, idraulici, elettricisti, falegnami, carpentieri. Anche una cassetta dello scarico wc da disincrostare è preferibile al dover prenotare due notti in un resort, in una baita, in una spa.
Anche se fossimo trascinati a forza in territori vacanzieri ci riconoscereste subito; siamo quelli che non riescono a stare fermi sul lettino, che a tavola scalpitano perché la convivialità non è stimolante, che durante la gita organizzata guardano il telefono invece di seguire la guida. Alla funerea domanda: “Che hai fatto di bello quando eri in ferie?”, la prima risposta che mi verrebbe spontanea sarebbe “ho lavorato”. Qualcuno obietterà che è facile considerare il proprio lavoro come massima beatitudine, quando non si asfaltano le strade o non si spaccano le pietre. È una giusta osservazione, è chiaro che l’oziofobia non colga chi è costretto ad attività fisicamente usuranti. È uno dei tanti malesseri di chi è felicemente intossicato dal mondo moderno e si guadagna da vivere con il sudore dell’intelletto, non azzanna chi è immerso nei ritmi più arcaici della natura. Gli abitanti delle foreste però non hanno nemmeno disturbi alimentari, i nomadi che si muovono per deserti non soffrono di ansia o depressione, nella tundra e sugli altipiani non fa affari chi vende psicofarmaci. L’oziofobico è il fratello buono del figliol prodigo della contemporaneità, non dilapida il patrimonio del suo tempo libero, lo riempie freneticamente, anche lui va compreso e non va demonizzato.
La sindrome dello squalo è la risposta più immediata di chi metabolizza all’eccesso l’adrenalina del tempo accelerato, proprio di questa fase dell’evoluzione umana. Il nostro è un tempo che si espande in uno spazio quantistico, non riusciamo a immaginare dei vuoti nel nostro universo emotivo. Il nostro corpo è un accessorio di lavoro, quando segnala stanchezza lo trattiamo come un device da riavviare, non un organismo da ascoltare. L’oziofobico cura l’ansia da riposo con app, notifiche, podcast, timeline infinite. L’importante è che nessun minuto resti muto e senza pixel.
Non nego che l’oziofobico viva nella costante consapevolezza di esser a rischio di morte da stress; è ben poca cosa però di fronte al terrore che lo tormenta di poter morire di noia.


