Rifletto sulla mia tentazione all’Inspiration Porn

E’ molto attuale il dibattito sull’ “Inspiration Porn”. Si parla e scrive molto di Inspiration Porn perché chiaramente sono sempre più prevalenti le rappresentazioni della disabilità che rischiano di entrare in questa categoria. L’“Inspiration Porn” è il modo in cui la cultura maggioritaria usa i corpi e le vite delle persone disabili come doping emotivo per i normodotati, trasformando l’esistenza altrui in un integratore motivazionale a basso costo.
Voglio parlarne non per puntare il dito su chi in questo momento è più in odore di essere un porno ispiratore e per questo sotto schiaffo da parte di attivisti e influencer disabili, non mi interessa fare la morale a chi stia trasformando un suo personale lavoro sulla disabilità in strumento di profitto o auto celebrazione.
Voglio parlarne per chiarire a me stesso se mai possa essere incorso in questa tentazione, soprattutto nel mio racconto pubblico di questi ultimi anni sui temi della neuro divergenza e dell’autismo, un’attività professionale di scrittura e testimonianza nei media in cui è spesso stata centrale la presenza di mio figlio Tommy.
Che cos’è davvero l’Inspiration Porn
Un po’ di storia: il termine viene coniato dall’attivista australiana Stella Young per indicare la rappresentazione paternalistica e oleografica delle persone con disabilità, trattate come eroi solo per il fatto di esistere o compiere azioni ordinarie. Si parla di “pornografia motivazionale” perché il corpo e la storia della persona disabile vengono oggettificati per il piacere emotivo, la gratificazione morale o l’autocompiacimento di chi disabile non è.
In pratica: foto o video di persone in carrozzina che fanno la spesa, vanno a scuola, escono la sera, accompagnati da slogan tipo “E tu che scusa hai?”, “Se lui ce la fa, tu non hai alibi”. L’atto ordinario (studiare, lavorare, essere genitori) viene montato come impresa epica solo perché compiuto da un corpo giudicato “difettoso”.
Tra chi spesso denuncia l’Inspiration Porn, è meno frequente che qualcuno si occupi delle persone con problemi cognitivi o relazionali, forse perché i diretti interessati nelle forme più severe, tipo mio figlio Tommy, non possono esprimersi autonomamente. Chi come loro è nello spettro, ma con capacità di autonomia infinitamente più sviluppate, spesso tende a non considerare la loro esistenza.
Perché è un problema politico, non solo linguistico
Inspiration Porn è una forma di abilismo: parte dal presupposto implicito che la norma umana sia il corpo “abile”, e che ogni deviazione deve giustificare la propria presenza nello spazio pubblico con un surplus di eccezionalità. La persona disabile diventa “lezione di vita ambulante”, dispositivo narrativo che serve a confermare l’ordine esistente: “c’è chi sta peggio di te, quindi non lamentarti”.
Così lo sguardo si sposta dal contesto alle singole biografie: si celebra il “coraggio” del singolo e si oscurano le barriere materiali (accessibilità, lavoro, reddito, diritti) che rendono difficile la sua vita. La commozione diventa anestetico politico: più una storia ti fa piangere e sentirti “ispirato”, meno sei portato a chiederti perché quella persona deve lottare per cose che per altri sono ovvie.
Il ruolo dei media e della “narrazione edificante”
I media mainstream adorano l’Inspiration Porn perché offre storie semplici, ad alto rendimento emotivo e basso costo concettuale. In pubblicità, nei servizi TV “buonisti”, nelle campagne sociali natalizie, le storie di disabilità vengono spesso costruite come melodrammi motivazionali, con struttura fissa: disgrazia, lotta, sorriso finale che rimette in ordine il mondo.
Questo schema produce stereotipi durissimi da scalfire: la persona disabile come eterna fonte di commozione, come “angelo”, “eroe”, “guerriero”, ma quasi mai come cittadino incazzato, professionista mediocre, soggetto con desiderio sessuale o con conflitti politici. In molte riflessioni di attivisti e blogger disabili italiani si insistono sul fatto che la disabilità venga usata come “dispositivo narrativo” e non come condizione umana complessa, con contraddizioni e ambivalenze.
Perché chiunque tratti la disabilità potrebbe scivolarci dentro
Spesso chi si occupa di disabilità nel suo ruolo di genitore o caregiver, cerca occasione di entrare nel dibattito pubblico per denunciare i problemi a cui è sottoposto nel suo impegno quotidiano. Chi lo fa con i mezzi più semplici che ha a disposizione come spazi social, in questo caso il risultato minimo è trovare il conforto di potersi confrontare con altre persone che condividono i suoi stessi problemi. Chi riesce a rendere più efficace la propria narrazione riuscendo a catturare l’attenzione dei media ufficiali come giornali, radio, televisione, purtroppo è ascoltato spesso sempre più in ragione di quanto riesca a diventare un modello di Inspiration Porn.
Il complesso dei media si prende la tua storia se commuove, semplifica e smussa le reali problematiche, crea “personaggi”, soprattutto è capace di fornire una soluzione “rassicurante”. Il pubblico “abile” vuole farsi un piantarello, sentirsi solidale, avere l’impressione di “fare qualcosa” semplicemente esprimendo ammirazione e solidarietà. Però la condizione fondamentale per questa “concessione emotiva” è quella che alla fine della rappresentazione tu lo lasci con la convinzione che il problema sia risolto, ci sia un lieto fine ma soprattutto a lui non sarà mai chiesto concretamente di farsene carico.
Faccio quindi un esame di coscienza
Questo lo capii già dieci anni fa, quando con grande fatica e mezzi autonomi riuscii a mettere in circolazione un film che parlava di autismo in maniera cruda e spietata. “Tommy e gli altri” mise in scena la disperazione di genitori di autistici adulti in totale solitudine abbandonati da dio e dagli uomini. Ricordo che associazioni di genitori fecero pressione sulla Rai perchè non lo trasmettesse. La ragione del veto era che avrebbe tolto la speranza ai genitori di bambini autistici, che avrebbero visto cosa sarebbe accaduto una volta che i figli fossero diventati adulti.
Ho scritto tre libri sull’autismo ispirati all’osservazione di mio figlio dall’adolescenza all’età adulta. Ebbero anche un buon successo il primo dei tre vinse anche il “premio Estense”, che è il massimo riconoscimento per la saggistica a cui un giornalista possa aspirare; lo assegna una giuria popolare e forse è l’unico che non rientra nel giro dei premi che ci si attribuisce tra colleghi. Oggi io premio te, domani tu premi me.
Allora l’editoria sull’autismo era molto limitata rispetto alla profluvie di oggi. All’interno della comunità delle persone con cui condividevo il problema però ho sempre avuto l’impressione di essere considerato un “catastrofista” una persona che metteva in luce solo gli aspetti problematici e non dava spazio alla speranza. Può essere che avessero ragione, di fatto però questa fase della mia attività sicuramente è stata antitetica a ogni possibile sospetto di “Inspiration Porn”. Anche se ricordo che quando giravo l’Italia per presentare i miei libri, sicuramente sarà caduto nella tentazione dell’ Inspiration Porn. Quando si parla di fronte a un pubblico viene d’istinto cercare di catturarlo con l’emozione. Avrò sicuramente toccato sensibilità con retorica da Inspiration Porn, nessuno però è perfetto. Allora nemmeno sapevo cosa fosse.
Poi è venuto il Covid, ho avuto tempo per riflettere sul fatto che la dimensione “pubblica” del mio rapporto con Tommy fosse da considerare un’esperienza chiusa. O per lo meno da ridurre al minimo e mirata al suo diritto a una vita il più possibile soddisfacente. Ho investito tutto quello che avevo disponibile, ho acquistato e ristrutturato un locale al centro di Roma, ho creato una Fondazione, ho costruito una scuola d’arte attorno all’atelier di mio figlio che si era scoperto l’attitudine ad esprimersi con colori e pennelli. Attorno a lui frequentano i nostri laboratori ragazzi e ragazze adulti. Non sono tantissimi, non compiono gesta memorabili ma hanno smesso di essere fantasmi.
Alla fine forse mi assolvo
Non mi reputo un eroe o un santo, lo faccio perché Tommy possa avere la speranza di non scomparire quando scomparirò io. Con le proprie forze e qualche piccolo bando non si può fare di più di quello che faccio. Non vado se non molto raramente in televisione a parlare, non ho nulla di nuovo da raccontare che sia epico e travolgente come le gloriose narrazioni che oggi spuntano come funghi, e che tanto piacciono alle istituzioni che si sentono sgravate dalla responsabilità di dover risolvere problemi. Nel caso che a volte scriva sui temi della fragilità è solo per denunciare o sottolineare incongruenze. Per questo gradualmente mi sono sentito sempre meno ascoltato e cercato. Non è vittimismo ma la serena constatazione che oggi il racconto. ufficiale della disabilità è quasi interamente allineato a un format di “inspiration porn”.
Certo è vero mi piace mostrare Tommy al lavoro, mostrare le sue opere, raccontare la sua vita nelle attività più semplici. Tommy però non parla, non fa parte dell’autismo militante capace di auto rappresentarsi, Disegna bei pupazzi colorati poi si accontenta di un gelato o una pizza con le patatine fritte. Io sono sempre più stanco e malandato, sono saturo di crociate e militanza attiva.
Vorrei salvare la vita a Tommy e quindi mi sono trasformato nel suo agente, con la differenza che delle centinaia dei suoi quadri non ne ho voluto vendere nemmeno uno, me li tengo tutti perché c’è sopra inciso il racconto di ogni prezioso attimo che abbiamo condiviso, mentre il resto della mia vita, le mie relazioni, i miei interessi professionali si dissolvevano alle mie spalle. Però sono contento e lo rifarei esattamente così.
Ora mi fermo perché se aggiungo ancora una riga tutta questa pagina davvero si trasforma in un manifesto di “Inspiration Porn”.

