Il figlio autistico di Lavitola torna a far parlare di sè

Non provo alcuna curiosità particolare per il caso Ranucci-Lavitola. Tanto meno mi interessa capire come siano distribuite le responsabilità, la trovo una storia grottesca che coinvolge persone che non conosco, su cui non mi sono fatto un’opinione approfondita, come pure, in parte, chiama in causa un’azienda di cui, invece e purtroppo, ben conosco le mucillaggini protette da una corazza di amianto.
Torno a parlarne per lo stesso motivo per cui, un mese fa circa, mi domandai cosa c’entrasse in questo verminaio l’evocare un figlio autistico (La tenerezza e il fantasma autistico nel caso Ranucci Lavitola). Mi chiesi allora come mai nessuno avesse mai pensato di approfondire la chiamata in causa di un possibile moto di “tenerezza” verso il figlio autistico di Lavitola, da parte di Ranucci, come elemento principale che avrebbe originato la loro amicizia.
Non ripeto il filo del mio ragionamento, che chiunque può rileggersi nell’articolo precedente. In sintesi mi sembrava una delle tante occasioni in cui l’autismo viene chiamato in causa per suscitare sentimenti limacciosi, per tamponare maneggi, per azzittire ogni possibile dubbio su opacità evidenti. Insomma “l’autistico libera tutti” è un espediente si troppo abusato per collocarsi all’istante dalla parte dei giusti, delle persone dal comportamento esemplare, dal ruolo di avatar calato tra gli umani per favorire la loro redenzione.
Mi sembrava veramente singolare che Lavitola avesse bisogno della figlia psicoterapeuta di Ranucci per seguire un figlio con problematiche di neuro divergenza, soprattutto come se fosse un favore elargito, quando a Roma esistono un’infinità di centri specializzati, sia nel pubblico come nel privato. Per lui non valevano certo le limitazioni di mezzi e relazioni della media famiglia italiana, che deve gestire lo stesso problema.
Sono problemi loro, ho pensato, magari lo chiariranno e saremo tutti rassicurati che non sia un caso di carewashing, o meglio di moral licensing, se vogliamo usare alcuni dei tanti neologismi che indicano quella che spesso osservo come “paraculaggine pantautistica”.
Oggi una prima risposta la trovo sul quotidiano “Libero”, non certo un modello di obiettività, però non posso non registrare che titola un pezzo di Giacomo Amadori: “Lady Lavitola vuota il sacco. Il figlio autistico? Falso alibi”.
L’articolo in questione anticipa passaggio di un memoriale di 180 pagine che Natalia Potenza, ex compagna di Valter Lavitola, dovrebbe oggi consegnare nelle mani del pm, a cui racconterà la sua versione dei fatti. Di questo lungo articolo, in cui sono descritti intrecci complicatissimi tra affari, politica, soldi e traffici di cui non ho particolare curiosità, vorrei estrapolare solo una frase, penso del legale della donna, che aggiunge qualcosa alla mia domanda di partenza: “Ma a far arrabbiare la Potenza sarebbe stato anche l'”esibizione” fatta da Ranucci e dal suo “amico fraterno” del figlio autistico del faccendiere, per giustificare la loro amicizia (la figlia del giornalista sarebbe una psicoterapeuta): “la famosa notte della perquisizione di Lavitola si sono messi d’accordo per dire ai giornali questa stronzata. E’ stata la mossa che ha causato i danni peggiori e Natalia la farà scontare all’ex compagno.”
La storia del rapporto nato per aiutare il ragazzo (autistico) è stata raccontata a Libero anche dalla “fidanzata” di Lavitola, Adriana, che ribadisce la versione di una storia creata ad arte e usata come pretesto: “ma la figlia di Ranucci neanche sa come sia fatto il figlio di Natalia, altro che psicoterapeuta che si era messa a disposizione…”
Ora non vorrei assolutamente dare l’impressione di rinfocolare le tesi dell’una o altra parte della vicenda, però mi sta a cuore continuare a documentare come, ancora una volta, l’autismo potrebbe essere stato usato strumentalmente, quasi fosse noto a tutti che chi se ne prende carico è, in automatico, associabile al celestiale universo del bene. Ammesso che le dichiarazioni su Libero abbiano fondatezza, l’alibi autistico qui toccherebbe le sue profondità più infime.
Questo, sinceramente, a noi per cui l’autismo è ogni giorno pane e companatico, fa girare un po’ tanto i coglioni. Mi si consenta la volgarità ma non troverei maniera migliore per comunicare il mio stato d’animo in questo momento.

